Solo affrontando le proprie paure si può crescere.
Dedico questo libro a chi sceglie di farlo,
giorno dopo giorno.

 

Ti lascerò nelle pieghe dell’anima
Ti lascerò in quel cassetto chiuso
dove vivono i sogni
Ti lascerò nel mondo della mia malinconia
dove ogni lacrima invoca il tuo nome

Lì tu vivrai
tra favola e realtà
e nel sentiero sperduto dei miei occhi
nell’angolo più profondo del mio cuore
Lì, sarà il tuo regno

[Tindara Cannistrà]


SCELTA D’AMORE.

SCELTA DI SANGUE.

SCELTA DI VITA.


Shu – Terre del Sud – Astay

Sentivo i loro passi. Frementi, lontani. Tante formiche operose che scalpitavano sottoterra. Era un rumore sordo e insopportabile. Il flebile fruscìo penetrava nella mia testa e si allargava diventando fracasso. Mancava l’aria in quel posto.

Asciugai il rivolo di sudore sulla fronte e mi fissai i palmi. Aprivo e chiudevo le mani con lentezza, osservando le pieghe della pelle secca e le unghie ancora incrostate di sangue.

«Non sembri felice, amor mio.» Di nuovo lei. Mi sfiorò le spalle e salì lungo il collo, sfregando dolcemente le dita sulla barba incolta. I suoi capelli mi accarezzarono il viso, e un profumo amaro si spanse. La percepivo dentro di me, coglievo la sua essenza, la stessa forza che mi scorreva nelle vene. «Devi avere pazienza. La trasmutazione richiede tempo.»

Alzatomi di scatto, strofinai più volte la faccia, vano intento di eliminare confusione e nausea. Arrancai contro la parete rocciosa e, in un eccesso d’ira, la presi a pugni. Una zolla di terra si sgretolò sotto le mie dita, e la torcia, ancorata poco più in alto, ebbe un sussulto. La luce vibrò proiettando ombre inquietanti. Ombre. «Basta», pronunciai. Da quando la mia voce è così roca?

«Non fare così», pigolò lei, raggiungendomi. Si strinse al mio petto e arricciò le labbra in una smorfia infantile. Non riuscii a impedirle di farlo ancora. Con le unghie appuntite aprì uno squarcio netto all’altezza della mia clavicola e attese eccitata il fiotto di sangue. Il dolore intenso divenne il calore della sua lingua, e in seguito tutto tornò a essere buio. Quell’oscurità mi divorava e accoglieva, mi faceva sentire vivo.

C’era un uomo lì. Il ricordo perduto di un giovane bellissimo dai lunghi capelli chiari. Non avevo mai visto degli occhi simili. Tutto in lui rasentava la perfezione. Era un dio. Un dio triste.

Rinvenni annaspando, quasi fossi rimasto per minuti senza ossigeno. Mi trascinai fino allo specchio ancorato alla parete e osservai il mio riflesso. Ero solo e nessun taglio mi segnava il collo. Vidi la mia immagine sorridermi compiaciuta, ebbra di potere.

Vai da lei, concludi ciò che hai iniziato. Il corpo di Lyen era a terra, esattamente dove lo avevo abbandonato. Gli occhi erano vitrei e le labbra violacee. Una macchia scura risaltava sulle altre, in mezzo al petto. Scacciai gli insetti che le strisciavano addosso e mi accucciai al suo fianco. «Ti ho fatto io questo?»

Non ottenni risposta. La sua anima non era più lì. Bagnai un fazzoletto e le pulii delicatamente il viso. Percorsi con un polpastrello l’intricato disegno della fronte per poi sprofondare tra i capelli e scioglierle la coda. Li sistemai con cura, pettinando le ciocche con le dita. «Molto meglio così, non è vero?»

Infine, circondai il corpo freddo e, come se fosse ancora viva, la feci sedere. Solo allora le chiusi gli occhi.

La formula fluì dalle mie labbra come se l’avessi sempre conosciuta. Potevo vedere ogni parola tingere lo spazio, imprimersi formando un vortice sopra quel corpo. La cantilena riempì gradualmente l’aria, e il fumo si insinuò nella bocca della sacerdotessa, attraverso le palpebre e sul petto, dove la ferita lacerava la carne. Il colorito tornò roseo, le labbra cremisi, e i capelli riacquistarono lucentezza.

«Ecco la mia Lyen», dissi soddisfatto. Era così che doveva sembrare: immutata nel tempo, per sempre. «Quando Saira ti vedrà da lontano, dovrà illudersi di poterti salvare. In questo modo il dolore sarà mille volte peggiore.»

Inspirai a fondo lasciando andare la tensione. Servivano pochi giorni, il tempo necessario perché la trasformazione si concludesse, poi avrei potuto rivederla. I sogni non mi erano più sufficienti. Volevo inebriarmi del profumo della sua pelle e unirmi a lei, legandola a me per l’eternità.


1

Saira – Terre del Sud – Magadan

I palloni aerostatici, gonfi di aria calda, vibrarono leggermente. Le piume, ancorate alla fiancata della Magadan, si aprirono del tutto e le parti metalliche emisero un cigolio smorzato. Eravamo in viaggio.

Tutti quei piccoli movimenti mi erano mancati. Anche il rollio, che all’inizio del nostro viaggio mi terrorizzava, era diventato piacevole. Aveva ragione Ebraim: volare era stupendo. Senza rendermene conto, in preda alla nostalgia, sorrisi. Ero felice di essere a bordo, nonostante tutto.

Respirai la frescura della sera e mi diressi al ponte di comando. Lì, ancora prima di entrare, avvertii una tensione crescente. L’atmosfera piacevole si spense all’improvviso per essere sostituita da un clima gelido. Strofinai le braccia tra loro per far sparire la pelle d’oca e varcai la soglia.

Ryala si voltò appena, le labbra tese in una piega forzata. Al nostro ultimo contatto sembrava strana; vedendola ne avevo la conferma. Il colorito bronzeo, che tanto mi aveva colpito in lei, era diventato opaco, i capelli crespi e senza vita, le guance infossate. Possibile sia accaduto in così pochi giorni?

«Hai un aspetto radioso», disse, osservandomi di sottecchi.

«È merito dell’energia del tempio, credo.» Feci una lunga pausa, sentendomi irragionevolmente a disagio, un imbarazzo reciproco. Rimasi immobile alle sue spalle, con gli occhi puntati fuori dalle vetrate. «Riguardo a quanto ci siamo dette…» Interruppi a metà la frase appena la vidi stringere la presa sul timone così forte da far sbiancare le nocche. Continuavo a domandarmi se quella fosse la Ryala più autentica, priva dell’abituale maschera di gentilezza.

«C’è un problema per il rito», rivelò, dopo aver espirato lentamente. «Non ce la farò da sola.»

«Chiedimi qualunque cosa», dichiarai con foga, avvicinandomi di un passo.

Le scappò una smorfia sdegnata che, subito, schermò ruotando il timone. La nave virò repentina, e io rischiai di perdere l’equilibrio. Mi aggrappai alla panca, evitando una caduta certa.

«Scusa», commentò altezzosa. «Ho sbagliato la manovra.»

«Tu che sbagli una manovra? Mi ritieni tanto stupida? Si può sapere cosa sta succedendo? Se sei arrabbiata con me…»

«Non ce l’ho con te. Sono soltanto stanca. Perdonami.»

Mi scostai i capelli dal viso e provai a studiarla. «Se ti ho offeso in qualche modo, dimmelo.»

«Avrò bisogno dei tuoi elementi per il rito. Spezzare un legame potente, come quello tra Ebraim e te, richiede una quantità smisurata di energia. Non posso farcela da sola.»

«Lo farò», asserii convinta.

«E se fosse estremamente pericoloso?», indagò, guardandomi per la prima volta negli occhi.

«Qualunque cosa, te l’ho detto.»

Fece un sorriso sarcastico e si volse nuovamente all’orizzonte. «Ebraim non sarebbe felice di sentirlo, non credi?»

«Non mi importa cosa vuole sentire, io voglio spezzare questo legame. Lo sta uccidendo, e non permetterò mai che accada.»

«Potresti semplicemente andartene.»

«Come?»

«Hai capito benissimo. Lo hai visto prima, stava bene, giusto? Pochi giorni senza la tua presenza sono bastati per farlo tornare quello di una volta.» Mi squadrò dall’alto in basso senza togliersi di dosso quell’aria compiaciuta. «Se tu ti allontanassi da lui, non metteresti più a rischio la sua salute e non dovresti sottoporti a un rito del genere.»

Una fitta mi strinse il petto. Il ragionamento di Ryala non faceva una piega. Se me ne fossi andata davvero, Ebraim sarebbe stato bene, e lei non avrebbe dovuto imbarcarsi in un’operazione tanto pericolosa. Ma io non voglio lasciarlo, non adesso. Avevo appena capito di provare un sentimento nei suoi confronti; se fossi sparita, il mio cuore si sarebbe spezzato una seconda volta. Sono solo un’egoista.

«Farò il rito. Non preoccuparti», riprese lei. Smisi di fissarmi i piedi e ritornai sul suo viso: l’espressione di sfida era scomparsa per lasciare spazio a un’aria desolata. Doveva aver letto i miei pensieri. «Mancano solo tre giorni a Ishdra, non sarà troppo difficile per te restargli distante fino ad allora. È di vitale importanza che Ebraim sia nel pieno delle forze quando eseguiremo il rituale.»

Probabilmente era così arrabbiata a causa dell’abbraccio scambiato con lui poco prima. Non sarebbe dovuto più accadere. «Gli parlerò stasera stessa, dopo cena. Non preoccuparti», sussurrai.

«Se fossi costretta a scegliere», riprese quando ero già sulla porta, «sceglierei lui. Se potessi salvare uno solo di voi due, sarebbe Ebraim.»

«Lo so.»

Rigirai più volte il cucchiaio nella zuppa senza distogliere lo sguardo dal piatto. Mi sentivo i suoi occhi addosso.

«Non ti piace?»

«È buona, ma non ho molta fame», replicai, agitata. Ebraim aveva finito da poco il giro della nave con Aron e ci eravamo riuniti in cucina per un pasto veloce. Dopo avrei dovuto parlargli, non potevo aspettare oltre, però l’idea di confessargli quanto scoperto mi terrorizzava. Come reagirà alla notizia? E Ryala? Lei avrebbe usato ogni briciolo di potere per controllarmi. Scrollai il capo e mi distolsi da quei pensieri concentrandomi su Aron. Non sembrava stare troppo bene. Una mano stringeva il cucchiaio vuoto e l’altra si reggeva compulsivamente al tavolo. L’espressione disgustata e il colorito tendente al verde mi ricordavano il mio primo giorno sulla Magadan. «Dopo devo cambiarti la medicazione», enunciai, provando a rassicurarlo. «Asparas si è raccomandato tanto.»

Inclinò leggermente la testa in un cenno, mentre piccole gocce di sudore gli scorrevano sulla fronte.

«Non preoccuparti, Aron, ci si abitua in fretta.» Ebraim sorrise e, portandogli via il piatto mezzo pieno, si soffermò un secondo dietro di me. «Vero?» Mi arruffò i capelli in un gesto naturale e tornò al lavello.

Il mio cuore ebbe un sussulto. C’era ancora una punta di rabbia per le sue menzogne, ma era superata dal desiderio. Avrei voluto apprezzare quel momento e la sua vicinanza senza i rimproveri costanti. Purtroppo non era possibile. Mi alzai troppo velocemente e le stoviglie tintinnarono. «Accompagno Aron in cabina, è meglio se si stende.» Lo presi sottobraccio e mi diressi alla porta.

«L’ho sistemato nella mia camera», comunicò Ebraim, scrutandomi con un’aria compiaciuta.

«Sì, mi sembra naturale», confermai, a disagio. «Ci metterò un po’. Per favore, aspettami qui. Poi… poi devo parlarti.» Perché balbetti? Devi rilassarti, mi ammonii.

«Così mi fai ingelosire.»

La mia faccia andò in fiamme. «Devo curarlo! Asparas mi ha insegnato una tecnica molto efficace», dissi d’un fiato, a volume troppo alto. Strinsi ancora di più il braccio di Aron e lo trascinai a forza fuori dalla sala da pranzo. «Dovresti smetterla di dire stupidaggini, soprattutto quando hai addosso quel ridicolo grembiule!» Chiusa la porta alle nostre spalle, feci finta di non udire la sua risata.

«Tutto bene?», fece Aron.

«Più o meno.» Lasciai la presa e sospirai. «È una lunga storia.»

A dispetto di quanto credessi, Ebraim aveva preparato con cura la cabina. Al posto del letto singolo c’erano due brande, separate da un comodino, come per la camera divisa da me e Ryala. Le lampade a olio erano tutte accese e nel guardaroba c’erano due mensole libere. Invitai Aron a stendersi e mi inginocchiai accanto a lui.

«Sono bravo ad ascoltare, lo sai.»

Chiusi gli occhi per un istante e mi rilassai. «Lo so, e mi sei mancato tanto. Non hai idea di quanto mi sia sentita in colpa per averti abbandonato in quella grotta.»

«Te lo avevo chiesto io. Era il mio destino.»

«Eri un compagno! E un amico. Non avrei mai dovuto, sai benissimo cosa intendo.»

«Grazie.» Quando lasciava andare la facciata stoica e sorrideva in quel modo, mi sentivo subito meglio.

«Avanti, vediamo come sta il tuo taglio.» Seguii scrupolosamente le istruzioni del sacerdote, applicai l’unguento consegnatomi e ricoprii la zona con bende pulite. Infine, posate le mani sul suo torace, richiamai la Terra per velocizzare il processo di guarigione. Utilizzare l’elemento in mezzo al cielo e a distanza dall’energia primitiva del tempio, era difficoltoso. In più non riuscivo a eliminare del tutto i pensieri esterni.

Aron dovette intuirlo. «Basta così per oggi», pronunciò, sfiorandomi una mano. «Da quanto ho capito, devi fare una discussione importante, non dovresti perdere altro tempo con me.»

«Fino a quando non mi chiarirò con Ebraim, sarà difficile concentrarmi. Mi dispiace, recupereremo domani, te lo prometto. Ora cerca di dormire, anche se non ti sembra facile.»

«È molto peggio del viaggio in mare», ammise.

«Dopo una nottata di sonno andrà meglio», lo rassicurai. «E domattina ci alleneremo insieme.»

Fece un cenno affermativo con la testa, e solo allora mi alzai. Mi diressi alla porta con lentezza, per niente felice di lasciare quella stanza.

 

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© 2012 Lorena Laurenti  © 2017 Lorena Laurenti

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